PER UN'ALTRA FIRENZUOLA

SPAZIO LIBERO

   

 

 

 

[Corriere della Sera, 6 aprile 2005]

 

Il filosofo, ex eurodeputato Ds, ha sfidato il centro sinistra in un piccolo paese calabrese. "Ho conosciuto dall’interno meccanismi che forse non sono legali"

Vattimo: "Ho visto una sinistra al potere con metodi clientelari"

 

 

DAL NOSTRO INVIATO

COSENZA - Era la partita del cuore per Gianni Vattimo, il filosofo volato dalla sua Torino alla sua Calabria, dalla città dei suoi studi alla terra di famiglia, arrampicandosi fino a San Giovanni in Fiore, fra i monti ancora innevati della Sila, intorno all'abbazia di un eretico che i potenti di questa rocca hanno forse temuto di veder rinascere.

Pericolo scongiurato. Per l'ex eurodeputato Ds, mai ridotto al rango di «intellettuale organico», s'è infranto il sogno di diventare sindaco indipendente di questo paese «rosso», sempre dominato da Pci e Quercia: «Il sogno degli uomini di sinistra stufi di una certa Sinistra al potere con metodi clientelari».

Spinto da un gruppo di volenterosi e indipendenti ragazzi con Che Guevara e Peppino Impastato in testa, s'è messo di traverso al Centro sinistra, come un tronco fra i binari. E il treno con tanti vagoni rossi l'ha fermato davvero. Costringendolo al ballottaggio perché il candidato socialista che guida Ds e

Margherita è arrivato al 48 per cento contro il 35 della Casa delle libertà. Già, è venuto meno l'11 per cento incassato dallo «straniero» .

Un risultato che nemmeno commenta il professore, volato a Torino indignato contro quello che definisce l' «agguato» de l'Unità: «Sabato, il giorno prima delle elezioni, mi hanno aggredito con un articolo su commissione. Dicendo che avrei dirottato nel ballottaggio i miei voti a Forza Italia. E tirando fuori un argomento mai considerato da nessuno in campagna elettorale, additato come gay».

L'inviato del giornale, Aldo Varano, ha smentito la tesi di un complotto tessuto dai big diessini, qui tutti di ispirazione dalemiana. Ma Vattimo non si lascia convincere e a spoglio concluso rilancia: «Adesso chiedo i danni. Perché le bugie hanno colpito... Magari ci paghiamo le spese di benzina». Lo dice da Torino dove è corso a votare Centro sinistra. Comunque.

Soddisfatto a metà: «Ho gioito per la vittoria dell'Unione. Ma la mia esperienza in Calabria soffoca l'entusiasmo che ho provato per il trionfo. Ho conosciuto dall'interno il meccanismo di voto. Fatto di legami e controlli che forse non sono illegali. Ma anche la mafia a volte non viene accusata di illegalità perché sembra tutto regolare... In quel paesino volevamo dire no alla politica fatta di posti e sussidi, raccomandazioni e controllo delle famiglie. Invece, i tirapiedi spuntano gli elenchi degli elettori ai seggi squadrando chi entra ed esce. Ci vorrebbe il voto elettronico».

Convinto che senza quell'articolo, forse, avrebbe ottenuto molto di più, la partita del cuore a lui sembrava davvero una partita possibile. E quei ragazzi che prima lo avevano invitato ad un convegno erano riusciti a gasarlo. Come il più attivo del gruppo, Emiliano Morrone, «Bellicapelli» lo chiamerebbe Fiorello, quasi uscito fuori da un poster beat generation, la fronte cinta da una fascia nera per reggere un'esplosione di riccioli che da lontano sembrano un colbacco spennacchiato. Ma lui se lo porta addosso scanzonato, con l'ironia che deve aver conquistato Vattimo quando si sentì proporre la candidatura.

Quando non immaginava di dover litigare col giornale più vicino ai Ds: «Hanno fatto credere che portassi voti a destra ed hanno creato dubbi sulle persone anziane. Mai nessuno aveva alluso, anche se tutti sapevano. Arriva l'Unità e, chiedendosi se qualcuno parla di Vattimo come un frocio, lo sbandiera ai quattro venti. Com'è successo con le fotocopie dell'articolo distribuite ai bar, sottolineate guarda caso su quelle righe».

Una rottura. Non solo per la Chiesa, con i parroci allarmati dal rischio perdizione. Anche per le «chiese» di partito. Compresa quella dell'ex eurodeputato, subito diffidente su certi metodi dei «boss» locali. E chiama così pure i dirigenti di partito: «Per me in inglese "boss" significa "capo". E lì così li chiamano. Spero non mi querelino. Sono vendicativi. Ho scoperto un certo familismo, una sorta di diffusa mafiosità scattata per scatenare una serie di equivoci stÌl mio conto».

Frattura pesante per il filosofo che ieri sera ha comunque conquistato due seggi in consiglio comunale e dovrà adesso decidere cosa fare di quell'undici per cento. A destra o a sinistra?

E, vuoi o non vuoi, si torna comunque al quesito de l'Unità. Ma nemmeno Morrone ha avuto una risposta ieri sera dal professore, stanco: «Voglio guardare la partita della Juve stasera, domani ne parliamo».

 

Felice Cavallaro